venerdì 6 gennaio 2017

Devianza della popolazione straniera (post del 2005 circa)

[Carico qui questo mio vecchio scritto per la comodità di avere a disposizione un link]

"Su tre persone denunciate per omicidio, una è straniera. E, quasi sempre, è irregolare"

Questo dato - in sé corretto - che esposto in questo modo è adattissimo al medium televisivo, mostra tutta la sua superficialità ad un'analisi più accurata. Anzi direi una superficialità criminale. Il dato sulla devianza degli stranieri in Italia infatti è semplicemente preso pari pari dai dati forniti dagli apparati di pubblica sicurezza. Analizziamoli.


1) Il dato degli stranieri REGOLARI:

A sentire il Viminale (http://snipr.com/1nnn1) a un 5% di popolazione di origine straniera residente *regolarmente*, corrisponde un 5% dei criminiconsumati complessivamente sul territorio nazionale. Cioè la tendenza alla delinquenza tra i regolari e gli italiani sembrerebbe identica.

Riflessione: dato che oltre la metà dei 2.500.000 e passa di stranieri regolari è stato a suo tempo irregolare (vedi chiosa in fondo al post[*] per la storia delle sanatorie in Italia) se ne deduce che 1.250.000 stranieri sono stati in passato "gente con un tasso di criminalità alto". Come mai con le successive sanatorie il tasso di criminalità degli stranieri regolari non è aumentato? Seriamente: smettono di delinquere quando si regolarizzano?

Allora regolarizziamoli! Se no, almeno, proviamo a spiegare l'arcano.


2) Inconfrontabilità delle fasce di età tra stranieri e italiani:

Il campione della popolazione immigrata non è statisticamente paragonabile con la popolazione italiana complessiva. L'83% degli immigrati regolari, nel 2006, aveva meno di 45 anni. Il 60% aveva meno di 35 anni. Questa non è la distribuzione della popolazione italiana. Infatti gli italiani con meno di 45 anni sono solo il 54% della popolazione, e solo il 40% ha meno di 35 anni.

Ora, dato che la tendenza statistica al crimine decresce con l'aumentare dell'età (sempre ISTAT http://snipr.com/1nobe), per poter paragonare la tendenza alla criminalità dei due campioni bisognerebbe normalizzare il dato anagrafico. Cosa che né il Viminale né la polizia fanno, dato che non è il loro mestiere e fondamentalmente non gliene frega nulla.

Osservazione: dato che la popolazione straniera è molto più giovane di quella italiana, ci si aspetta da loro la stessa tendenza a delinquere che si nota *non* nella popolazione italiana complessiva, ma *solo* in quella che ha meno di 45 anni. Che è molto più alta di quella media.


3) Inconfrontabilità reddituale tra italiani e stranieri:
(Fonti: 'fisco oggi' per il reddito medio dei lavoratori immigrati, qualunque fonte per il reddito medio procapite italiano)

Il reddito procapite medio dichiarato dai cittadini italiani, nel 2003, è stato di quasi 26.000 euro annui. Il reddito procapite medio degli stranieri, nello stesso anno, si è aggirato intorno agli 11.000 euro annui.

Osservazione: Dato che la tendenza statistica al crimine aumenta al diminuire del reddito, il campione straniero dovrebbe essere confrontato con un campione italiano con uguale livello reddituale. Per un livello di reddito di 11.000 euro annui, la tendenza a delinquere aumenta enormemente rispetto a quella media, tra la popolazione italiana.

Riflessione conclusiva

Lo straniero regolarizzato, pur con un reddito pari a meno della metà di un italiano medio, e pur con un'età media che lo rende anagraficamente più propenso al crimine, delinque nella stessa misura di un italiano. Cioè in altre parole lo straniero regolare ha una tendenza a delinquere *inferiore* a un italiano. Questa tendenza alla maggiore legalità andrebbe spiegata.

La ragione, secondo me, sta nel fatto che uno straniero al primo reato viene espulso dal paese, mentre un italiano che commette *lo stesso* reato non verrà mai espulso in Burkina Faso. Questo sia che lo straniero si sia macchiato di omicidio, sia che abbia tirato un ceffone a uno che non ha rispettato uno stop.

In altre parole il cittadino straniero è soggetto a leggi più draconiane di quelle a cui è soggetto un italiano. Per una sciocchezza può perdere tutto ciò che ha. Per questa ragione lo straniero delinque meno, ripeto MENO dell'italiano nelle sue stesse condizioni reddituali e di età. Dati statistici alla mano.


4) Il dato degli irregolari:

Mi sono sempre chiesto: cosa succede se dal computo dei reati di un clandestino *togliamo* il reato di immigrazione irregolare (che scatta dopo che uno non si allontana in seguito ad un decreto di espulsione)? Il reato di immigrazione irregolare non andrebbe computato, perché il 100% degli irregolari è irregolare per definizione! Se togliamo questo reato, che scatta ogni volta che la polizia ferma uno straniero irregolare per strada a prescindere se stava rubando un autoradio o se stava aiutando una vecchia ad attraversare, è probabile che il numero dei reati scenda vertiginosamente anche per la popolazione irregolare.

Tant'è quel reato sembrerebbe essere contato nel computo, se il ministro degli interni si sente in dovere di specificare che: "Occorre anche distinguere i reati contro beni protetti dal Codice penale da quelli in violazione della legge sull'immigrazione. Il clandestino a cui viene dato l'ordine di allontanarsi dall'Italia e non lo fa, commette reato, ma non ha stuprato nessuno".

[*] Storia delle sanatorie:
Prima sanatoria (1986): emersi 118.000 (tra i quali chi scrive)
Sanatoria Martelli (1990): emersi 235.000
Sanatoria Dini (1995): emersi 259.000
Sanatoria Turco/Napolitano (1998): emersi 251.000
Sanatoria Bossi/Fini: emersi 700.000

TOTALE ex clandestini, che oggi delinquono né più né meno che un italiano medio: 1.563.000: più della metà del totale degli stranieri in Italia.

sabato 15 giugno 2013

Mr. President


Se pensi che nell'immediato futuro l'Iran debba diventare come l'Olanda, forse è meglio se ti trasferisci tu in Olanda!

La frase è di un amico e trovo che sia un consiglio molto valido. Nel frattempo vediamo chi è Rohani in una piccola fotografia. Riporto a memoria un suo recente discorso - molto efficace - in un dibattito elettorale:

"...la decisione se arricchire o no uranio per scopi civili spetta unicamente alla nazione sovrana e su questo non c'è alcuna discussione.

C'è più di una discussione invece su questioni di opportunità e di priorità. Trovo che nella condizione di crisi attuale sia prioritario investire maggiori risorse nel sociale e nell'economia" [te ne do una io di priorità: edilizia anti sismica, hai da lavorare per vent'anni - nda].

"L'economia e la questione nucleare sono collegate, e non solo come destinazione di spesa. Durante l'amministrazione Khatami, quando io ero il negoziatore per il nucleare la nostra controparte era l'IAEA. Durante l'amministrazione uscente ci siamo ritrovati di fronte il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il che ci è costato sanzioni i cui effetti si sentono nella vita di chiunque.

L'amministrazione uscente sosteneva che ciò non sarebbe mai successo, che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe mai votato le sanzioni, e che in ultima analisi sarebbero state inefficaci. Si sbagliava e deve fare autocritica. Il mio obiettivo sarà quello di riportare l'IAEA a capo della questione e rassicurare la comunità internazionale in modo da far togliere le sanzioni".

Se son rose fioriranno ma a me quest'uomo piace. Non come politico olandese, per quelli devi andare in Olanda. Come politico iraniano.

martedì 16 aprile 2013

Critica alla teoria del signoraggio bancario - parte terza: "politica monetaria" come eufemismo per "redistribuzione"

Abbiamo già definito la moneta come una merce il cui valore di scambio serve come unità di misura del valore di scambio di tutte le altre merci. Abbiamo anche visto che in alcuni casi la merce-moneta conserva un proprio valore d'uso: l'oro ad esempio, oltre ad essere moneta, potrebbe essere utilizzato da un orafo per fabbricare gioielli. Nell'economia moderna è il credito ad essere utilizzato come moneta.

Una prima caratteristica che salta all'occhio - quando si osserva la moneta-credito - è il fatto che essa è priva di un valore d'uso proprio: in altre parole è una merce senza valore d'uso ma con un valore di scambio. La moneta moderna cioè è un "pagherò" il cui valore di scambio dipende dalla solvibilità del debitore (stato, banca o privato che sia). Venendo a mancare la solvibilità, la moneta moderna non ha più alcuna utilità intrinseca.

Una seconda caratteristica, anch'essa legata all'assenza di valore d'uso, è che la moneta moderna è facilmente replicabile: se per coniare monete metalliche ho bisogno di scoprire una miniera e pagare dei minatori e dei fabbri, per stampare delle banconote o un libretto di assegni (gli assegni sono moneta) mi serve solo una tipografia. La moneta elettronica ha abbattutto ulteriormente i costi di fabbricazione del "medium" monetario: rendere disponibili 10 euro sul tuo bancomat costa meno che stampare 10 euro su della carta filigranata e dartele in mano.

La facilità di produrre la moneta moderna è alla base della cosiddetta "politica monetaria". La politica monetaria può essere definita l'insieme di decisioni volte ad aumentare o diminuire la massa monetaria in circolazione per ottenere gli effetti voluti sull'economia di un paese.

Obiettivo di questo articolo è quello di studiare questi meccanismi con esempi semplici. Vedremo anche come il termine "politica monetaria" sia solo un'illusione. Ossia un nome gradevole da utilizzarsi quando, per qualche sorta di tabù, non si vuole utilizzare pubblicamente il termine "redistribuzione" (questa sì, la vera artefice degli effetti addebitati alla politica monetaria).

***

Spieghiamo la politica monetaria con un esempio. Abbiamo una famiglia di 5 persone: padre che lavora, madre e tre figli mantenuti. La famiglia consuma 1 kg di farina al giorno, 2 etti a testa. Il papà lavorando produce e porta a casa il chilo di farina che serve per il giorno dopo. Così all'infinito.

A un certo punto il padre legge Keynes e gli viene un'idea geniale: prende il pacco di farina e ci scrive sopra "2 kg". Dopodiché stabilisce che la razione procapite è di 4 etti, si prende la sua razione per primo e la consuma. Ovviamente la razione degli altri diminuisce in proporzione (da due etti a un etto e mezzo), ma non sanno ancora di essere stati raggirati. Insomma facciamo finta che non se ne accorgano per andare avanti con l'esempio.

Il giorno dopo il padre ha molta più energia perché ha mangiato di più. Lavora di più, è più efficiente, la sua produttività è raddoppiata e a fine giornata porta DAVVERO a casa 2 chili di farina! Il trucco ha funzionato e nessuno si accorgerà di nulla. Alla fine staranno tutti meglio, perché da quel momento in poi tutti dispongono di una razione doppia di farina e la produttività del padre sarà raddoppiata definitivamente.

Riflessioni:

1) A monte c'è il fatto che nella famiglia si era consolidata un'allocazione sbagliata delle risorse. Il padre, lavorando, aveva davvero bisogno di una razione doppia rispetto agli altri membri della famiglia. I quali difatti sono sopravvissuti alla nottata con 1/4 di razione in meno ciascuno. Il trucco ha consentito al padre di consumare la razione giusta e questo ha portato dei benefici a tutta la famiglia.

2) La produttività del padre non è aumentata perché ha scritto "2 kg." sul pacco di farina. E' aumentata perché ha consumato il doppio di farina. Avrebbe ottenuto esattamente lo stesso effetto semplicemente convincendo moglie e figli che a lui serviva una razione maggiore. Se ha deciso di barare, lo ha fatto perché evidentemente riteneva di non poter convincere gli altri membri della famiglia del fatto che fosse necessaria una redistribuzione a suo vantaggio. Ma la cosa che ha aumentato la produttività non è il pennarello usato per scrivere "2 kg.", è la decisione di redistribuire il consumo di farina in modo più efficiente.

3) Gli altri membri della famiglia hanno creduto alla scritta sul pacchetto. Questo non è automatico. Se fossero stati consci della possibilità che la scritta potesse non essere veritiera si sarebbero comportati diversamente: si sarebbero fiondati sul chilo di farina per prendere per primi la loro razione doppia. A quel punto non è nemmeno detto che al padre non sarebbe toccata una razione minore, abbattendo la sua produttività...

4) La redistribuzione è stata effettuata su un fattore produttivo. Se il padre, anziché scrivere 2 kg sul pacco di farina, avesse scritto "40" su un pacchetto di sigarette, non ci sarebbe stato alcun aumento di produttività.

5) La redistribuzione è stata effettuata in favore di un membro produttivo della famiglia e ne ha effettivamente aumentato la produttività in modo proporzionale: se l'indomani, dopo aver consumato due etti di farina in più, il papà avesse prodotto meno di 1,200 kg di farina, sarebbe stato meglio non redistribuire nulla. Oppure se il padre avesse usato i due etti di farina in più a sua disposizione per produrre qualcosa di inutile oppure per spenderseli al videopoker, la cosa migliore sarebbe stata quella di lasciare le razioni come erano prima.


Quindi, riassumendo, la politica monetaria in realtà è solo un modo per effettuare una redistribuzione delle risorse senza ammetterlo chiaramente. Perché funzioni è necessario che la massa degli operatori economici non sappia ciò che sta succedendo e non ne possa prevedere gli effetti, altrimenti li anticiperebbe in senso contrario, diminuendo l'efficacia della politica messa in atto.

In presenza poi di una politica monetaria espansiva è necessario che la liquidità non venga immessa nel sistema "a pioggia", ma che finisca per beneficiare settori dell'economia che producono occupazione. Ed è ovvio che si parla settori produttivi nazionali: se la maggiore liquidità serve per aumentare solo le merci di importazione è un po' come se il padre vendesse i due etti di farina in più per comprare della frutta. Aumenterebbe solo il reddito del fruttivendolo, mentre la quantità di farina da lui prodotta resterebbe invariata.

***

Normalmente quando si parla di politica monetaria espansiva si pensa agli Stati Uniti del 1929. 

La nostra economia è un po' diversa. Anzitutto rispetto al 1929 gli operatori economici sanno ciò che comporta un aumento di liquidità e ne anticipano gli effetti. Non solo: li anticipano in tempo reale e con effetto immediato. Questo mi fa pensare che non servirà a nulla nascondere la redistribuzione dietro la maschera monetaria, ma che eventualmente questa vada effettuata come tale, e col suo nome vero.

Inoltre l'economia USA del 1929 era industriale e agricola. I consumi da "rilanciare" erano spesso beni di prima necessità la cui domanda è molto rigida (non si risparmia sul mangiare se non costretti). La nostra economia (come Italia) volendo ci si avvicina. Abbiamo in effetti un settore alimentare importante e restiamo uno dei paesi più industriali d'europa. Ma in generale le principali economie occidentali producono servizi e finanza e importano merci da fuori. Anche quando le produciamo, le merci, si tratta spesso di merci a domanda elastica. Merci delle quali possiamo spesso fare a meno soprattutto se prevediamo "vacche magre" (auto nuova, TV nuova, elettrodomestico nuovo...). Non darei per scontato che un'espansione monetaria produrrebbe sui consumi gli stessi effetti che ha prodotto nel 1929.

Infine non va dimenticato che la BCE da tempo sta iniettando liquidità nel sistema bancario. E' noto che ha acquistato titoli italiani e credo anche spagnoli e mantiene i tassi bassissimi. In pratica sta creando moneta. Solo che la moneta non viene rigirata dalle banche verso il sistema produttivo.

La nuova moneta creata espone sul piano debitorio la BCE e gli stati che ne sono garanti, così il tasso di interesse del debito pubblico di quegli stati (con velocità diverse) aumenta. E si arriva al paradosso che le banche preferiscono investire la liquidità, ottenuta grazie al debito pubblico, nel debito pubblico stesso anziché prestarlo alle aziende, provocando un effetto di loop.

Alla prossima.

giovedì 4 aprile 2013

Critica alla teoria del signoraggio bancario - parte seconda: altre definizioni

Salario, Rendita e Profitto

Il salario:

Definiamo "salario" il compenso erogato a un individuo in cambio del suo lavoro. Che sia in denaro o in natura, il salario a prima vista potrebbe essere considerato il prezzo della merce: il lavoratore la produce, ne entra in possesso e la cede immediatamente a qualcuno, ad esempio il proprietario dell'azienda in cui lavora, in cambio del salario.

Ma con alcune cautele. Anzitutto bisogna capire cosa distingue il salariato da un artigiano: il salariato utilizza mezzi di produzione che non sono di sua proprietà. L'artigiano è proprietario dei mezzi di produzione che utilizza (fatte salve le rendite, vedi oltre).

Inoltre - e di conseguenza - il salariato produce merce per un certo valore e riceve quel valore come salario. Poi va sul mercato e cerca di ricomprare la stessa merce che aveva prodotto (merce-denaro-merce) scoprendo che costa di più di quanto gli era stata pagata come salario...

Questo non accade all'artigiano né tanto meno al proprietario. Quest'ultimo paga il prezzo della merce - il salario - con del denaro. Entra in possesso della merce e la rivende per più denaro rispetto a quello speso per il salario (denaro-merce-denaro). E' come se il valore di scambio della stessa merce cambiasse a seconda di chi ne è in possesso: minore quando è prodotta dal salariato, maggiore quando è venduta dall'impresa.

La rendita:

E' il compenso che convince il proprietario di un fattore produttivo (attrezzature, immobili, terreno, denaro) a darlo in utilizzo.
La rendita per sua natura è indipendente dalla reale redditività del fattore produttivo dato in uso: un ufficio viene affittato per 2.000 euro al mese a prescindere dal fatto che l'azienda che lo utilizza sia in utile o in perdita. Allo stesso modo la banca e gli obbligazionisti chiedono gli interessi sul capitale prestato a prescindere dal bilancio dell'azienda debitrice (il che li rende differenti dai soci, ad esempio, che incassano dividendi, cioè utili, e appianano perdite).

La rendita quindi deriva dalla mera proprietà di un bene. Chi utilizza quel bene - salariato e imprenditore - deve produrre quantitativi di merce del valore sufficiente non solo a mantenere i fattori produttivi variabili, ma anche a coprire la rendita fissa.


Il profitto:

E' ciò che rimane a un imprenditore dopo aver decurtato dai ricavi delle vendite i costi della produzione, ad esempio rendite e salari compreso il suo, il costo dell'usura dei mezzi produttivi (ammortamento), i costi delle materie prime etc. Alla fine resta il profitto, che si configura come compenso per il cosiddetto rischio di impresa e l'intuizione imprenditoriale.

Dinamiche sociali:

Rendite, profitti e salari potrebbero essere percepiti dalla medesima persona. Anzi si tratta della normalità dei casi nella nostra parte del mondo: un salariato potrebbe essere proprietario di una seconda casa che dà in affitto, un professionista percepisce salario e profitto in un'unica parcella ma paga l'affitto per il suo studio...

Ma una cosa va detta subito: ciò che in un ciclo produttivo paga i salari, le rendite e i profitti è solo ed unicamente il valore di scambio della merce prodotta. Non inventativi perciò nulla di strano e non date retta a teorie metafisiche. E' talmente banale che ritengo di non doverlo nemmeno dimostrare, e spudoratamente rovescio l'onere della prova.

Dato che il valore della merce è quello, e dato che va diviso in tre parti, i percettori di salario, di profitti e di rendite tendono a massimizzare la componente preponderante del proprio reddito. Al salario perciò conviene comprimere profitti e rendite per aumentare la propria fetta. Il profitto può massimizzare se stesso solo quando comprime a dovere rendite e salari, eccetera.

Questo interesse alla reciproca marginalizzazione e compressione produce oggettivamente una dialettica di tipo conflittuale. Questa dialettica è potenzialmente esplosiva nelle società in cui salariati, percettori di profiitti e redditieri sono tre classi rigidamente distinte, e non sono certo io a scoprire che ci sono state rivoluzioni e colpi di stato.

Tant'è che nella storia si possono identificare chiaramente i tipi di società e le ideologie che hanno privilegiato una componente rispetto all'altra: le rendite durante il feudalesimo, il profitto nel capitalismo proprio come emancipazione della borghesia dall'aristocrazia feudale, i salari col socialismo.

  
Il credito

Definizione:
Un prestito (o credito) è denaro dato in uso ad altri per essere restituito, maggiorato, a distanza di tempo. E' come se il denaro oggi fosse una merce diversa dal denaro domani, o, più precisamente, il valore di scambio della merce "denaro-adesso" è superiore al valore di scambio della merce "denaro-futuro".

Queste dinamiche risulterebbero incomprensibili senza un postulato: il denaro è proprietà di qualcuno, e questo qualcuno bada al proprio interesse economico.

Quindi escludiamo dalla discussione i casi in cui il babbo presta soldi al figliolo perché si compri casa e limitiamo la discussione al prestito oneroso. Così possiamo esaminare le ragioni per cui il denaro futuro ha un valore di scambio inferiore al denaro presente (cioè serve una quantità maggiore di denaro futuro per comprare del denaro presente).

1) Rinuncia: chi presta denaro a qualcuno rinuncia ad usarlo lui stesso per tutta la durata del prestito. Questa rinuncia ha un costo che viene fatto pagare al debitore. Senza il pagamento di questo costo non esistono ragioni per prestare denaro a qualcuno, se non quelle di ordine affettivo o filantropico da noi escluse precedentemente.

2) Rischio: chi si priva momentaneamente del possesso di una quantità di denaro richia di non rivederlo più per intero. La probabilità di questo rischio potrebbe essere calcolata e trasformata in un vero e proprio costo con una certa precisione (le banche sui grandi numeri lo fanno).

3) Lucro: se il denaro prestato serve al debitore per avviare un'attività economica, chi presta il denaro intende prendere parte agli utili senza entrare in società.

Va notato che il tempo è un fattore fondamentale: più lunga è la durata del prestito e più elevati diventano i "costi" collegati ai punti 1 e 2. La rinuncia alla liquidità è più pesante quando dura tre anni anziché uno. Lo stesso vale per il rischio di insolvenza del debitore.

Interessi:

Il compenso per il prestito del denaro prende il nome di "interesse" e normalmente viene stabilito con un coefficiente percentuale - chiamato "tasso di interesse" - per una certa durata.

Un tasso di interesse del 5% all'anno significa che prestando 100 euro per la durata di un anno, alla scadenza mi dovranno essere restituiti 105 euro. Il che significa anche che 100 euro di capitale, con scadenza a un anno, in data odierna valgono meno (95,24 euro circa cioè 100÷1,05). Operazione quest'ultima che prende il nome di "sconto".

Non esiste un tasso negativo: il tasso di interesse è sempre superiore allo zero.

Rischi intesi come "costo" per chi presta:

Come regola generale la durata del prestito, così pure il rischio di insolvenza, agiscono negativamente sull'interesse. Questa azione negativa è calcolabile con sorprendente precisione nei grandi numeri, ma qui il discorso diventerebbe troppo tecnico anche per me.

Comunque per spiegare il concetto: io potrei accettare un tasso del 5% per prestare i soldi allo Stato per sei mesi, ma se la durata fosse di 5 anni vorrei un tasso più elevato perché - penso - magari ne avrò bisogno. O se il debitore non fosse lo stato ma una società privata vorrei un tasso più elevato ancora, perché lo riterrei meno affidabile.

In altre parole l'aumento del rischio e della durata abbattono la profittabilità del prestito, agendo come una sorta di tasso negativo. Potrei addirittura non accettare nessun tasso per quanto elevato e voler restare in liquidità, perché il rischio di perdere il capitale è immenso.

Sulla profittabilità del prestito, infine, agisce negativamente anche l'inflazione. In presenza di tassi di inflazione più elevati è logico aspettarsi tassi di interesse più elevati.

Perché ci si indebita?

Come detto tralasciamo il caso del debito per povertà.

Ci si indebita principalmente per due ragioni: il privato si indebita per poter acquistare merci - in genere durevoli - dal valore troppo elevato per il suo risparmio. Il credito gli consente di ottenere il beneficio della proprietà del bene senza aver ancora accumulato il capitale necessario all'acquisto.

Su questo non c'è molto altro da dire, tranne che il mero possesso di un bene dal valore d'uso necessario (es. l'abitazione) potrebbe a tutti gli effetti essere considerato una "rendita": vivere in una casa ereditata mi evita una spesa di circa 600 euro al mese di affitto o di rata mutuo che affronterei se non avessi quel bene.

Più interessante invece la dinamica del debito in in'impresa commerciale.

Immaginiamo una persona che ha un capitale di 100 euro. Intende usare questo capitale per produrre della merce e rivenderla con un guadagno che si aspetta essere di circa 30 euro passato un anno. 

Mentre ragiona su questo l'imprenditore nota che ci sarebbe ulteriore mercato. Se potesse avere in mano altri 100 euro potrebbe mettere in produzione altrettanta merce e venderla sempre con un ricarico del 30%.

Scopre così che una banca gli presterebbe 100 euro per un interesse del 5% annuo. Gli conviene accettare? Sì. Perché, posto che non abbia sbagliato previsioni, a fine anno avrà un utile di 55 euro (il doppio di 30 meno i 5 di interessi) anziché di soli 30.

Ma se avesse ancora mercato per altri 100 euro allo stesso tasso? Continuerebbe a prendere in prestito fino a quando gli utili prodotti dall'ultimo euro preso in prestito saranno annullati dagli interessi passivi e l'utile comincerà a decrescere. A quel punto si fermerà.

Nella nostra ipotesi (30% di ricarico, 5% di interessi) posto che le condizioni non cambino, quel punto si raggiunge dopo aver preso in prestito qualcosa intorno ai 500 e i 600 euro, per un utile di circa 105 euro. Da quel momento in poi l'utile comincia a decrescere (già a 700 euro presi in prestito l'utile scende da 105 a 100) e non conviene più ricorrere al credito a quelle condizioni.

Quindi il nostro imprenditore intelligente si fermerebbe lì, dopo aver preso in prestito ciorca 550 euro. E, se non si accorgesse lui del fatto che ora basta, ci penserà la banca a farglielo capire negandogli il prestito perché economicamente non giustificato.

Questa, e null'altro, è la ragione per cui le imprese sono tutte indebitate: hanno intravvisto una possibilità di guadagno e hanno preso soldi in prestito fino a quando si sono convinti che non avrebbero più potuto sostenere ulteriori costi copribili con il guadagno che si attendevano.

E' ingenuo pensare che la gente sia stupida e non sia in grado di fare questi calcoli. Finché l'imprenditore ha un'opportunità di guadagno investe ricorrendo al credito o cercando nuovi soci. Chi non lo fa perde delle opportunità, e chi fa male i conti e sbaglia le previsioni lascia le penne in quel mondo darwiniano che è l'economia.

Nella prossima puntata si parlerà del credito come denaro corrente e di altre cose che mi verranno in mente.

giovedì 28 marzo 2013

Critica alla teoria del signoraggio bancario - parte prima - definizioni

In generale preferisco criticare le teorie nel loro merito anziché liquidarle parlando di paranoia o complottismo. Almeno finché l'interlocutore lo rende possibile. E, dato che sono il monarca assoluto di questo spazio, qui è possibile. Ci vorranno diversi post e come di consueto inizierò con le definizioni che occuperanno i primi due post.

Va premesso che si tratta di definizioni abbastanza banali per chi ha studiato economia, eppure la cosa va fatta. Spesso si utilizzano termini dando per scontato il loro significato, si fanno ragionamenti e si traggono conclusioni, senza accorgersi che ad un approfondimento un minimo sotto la superficie le basi sulle quali appoggiano quelle conclusioni non supererebbero la prova del socratico τί ἔστι - la domanda "che cos'è?".

Insomma bisogna mettersi preventivamente d'accordo sul significato dei termini. Tutto questo mi costringe ad essere banale e divulgativo, ma è anche un bene perché mi aiuterà a raccogliere le idee. Inziamo perciò a definire terra, lavoro, merce e denaro.


1) Terra:

E' l'origine delle risorse naturali dalle quali dipendiamo per la nostra sopravvivenza e, in un'accezione più ampia, per il nostro benessere. Non esiste bene o servizio che possa essere prodotto senza una qualche risorsa riconducibile alla terra.

In passato quando le nostre economie erano agricole il concetto era più chiaro. Oggi capita meno di frequente di aver a che fare coi prodotti immediati della terra, ma se ti concentri li vedi tutto intorno a te: la plastica e il rame che compongono la tua tastiera provengono dai giacimenti di petrolio e dai minerali di malachite. La corrente elettrica che illumina il tuo monitor non esisterebbe senza la centrale idroelettrica eretta su un corso d'acqua che passa su un territorio controllato da qualcuno.

La terra quindi - nell'accezione che le daremo qui - significa "avere accesso alle risorse primarie", cioè poter utilizzare le risorse vegetali, animali o minerali che la terra mette a disposizione.


2) Il lavoro:

L'attività umana fisica e mentale volta a trasformare l'ambiente naturale o sociale. In questo suo significato ampio il lavoro non è altro che la stessa vita materiale dell'uomo. Il lavoro cioè è l'uomo. A noi però interessa in un significato (forse solo leggermente) più ristretto, più economico. Il lavoro è l'attività umana volta a trasformare le risorse naturali grezze in qualcosa di utilizzabile.

Il mio professore di economia dei trasporti diceva sempre: "sapete quando una mela non è una mela? Quando la mela si trova a Roma e chi la deve mangiare a New York". Intendeva con questo sottolineare l'importanza del trasporto delle merci. Ma una mela non è una mela anche quando si trova ancora appesa all'albero: è il lavoro necessario per raccoglierla dall'albero che la rende una mela.

Non esiste prodotto senza lavoro. Dato che più sopra ho definito il lavoro come la vita stessa dell'uomo, esiste un legame forte tra l'uomo e il prodotto del proprio lavoro. Il frutto del tuo lavoro ti rappresenta in quanto essere umano. Quando ricevi riconoscimenti per ciò che fai, li stai ricevendo per ciò che sei.

Ma proprio per questa ragione, se, anziché ricevere riconoscimenti, il frutto del tuo lavoro ti viene tolto con la forza, o quando vieni denigrato per il fatto che svolgi lavori umili, vivi una condizione assai penosa: quella di un uomo che odia ciò che produce. Cioè un uomo che odia il proprio lavoro. Cioè ancora: un uomo che odia la sua stessa essenza. E' per questo, e non tanto o non solo per la mancanza di libertà, che la schiavitù è una tragedia.

Abbiamo definito il lavoro come "attività". Il termine stesso suggerisce un qualcosa di fluido, inafferrabile. Il lavoro è vivo perché non esiste vita umana senza il fare. In quanto tale, o il lavoro è svolto, o non esiste. Il lavoro come atività non può essere accumulato per domani: se per 2 giorni non lavoro, la terza giornata non mi si allungherà di 48 ore.

Il che suggerisce che il lavoro vivo è in qualche modo in relazione col tempo: il numero delle mele che raccolgo in un'ora è in qualche modo importante perché, quando passa, quell'ora è persa per sempre. Il prodotto - le mele - quelle sì sono accumulabili per il futuro. Ma è un'altra cosa. Ci torneremo.


3) Merce:

E' il risultato dell'applicazione del lavoro alle risorse della terra. In questa sede non ci interessa distinguere tra beni durevoli e beni di consumo. Sulla distinzione tra beni e servizi invece ci torneremo più avanti.

La merce è ciò che consolida il lavoro vivo in un oggetto: è attraverso l'accumulazione della merce che diventa possibile accumulare il lavoro svolto. O, detta in altro modo, il lavoro si può accumulare solo quando non è più vivo. Il lavoro così accantonato più essere scambiato con il prodotto del lavoro di altri individui. Oppure può essere donato, distrutto, confiscato, rapinato, estorto, usato come materia prima per ulteriori produzioni.

Ogni merce ha delle caratteristiche oggettive che in qualche modo dipendono dal bisogno che quella merce soddisfa. Inoltre produrre ciascun tipo di merce richiede un certo sforzo e un certo tempo. Il lavoro umano necessario a produrre una certa merce può essere più o meno complesso e faticoso: coltivare il grano richiede la preparazione e la manutenzione del terreno, il reperimento dei semi, e spesso anche l'irrigazione e la protezione della pianta per un certo numero di mesi. Produrre un software richiede il tempo necessario ad analizzarlo, a scrivere e testare il codice. Ma è necessario anche avere un computer, la cui fabbricazione a sua volta richiede lavoro. E' anche necessario avere la corrente elettrica, e potremmo quantificare la "quota" di centrale elettrica necessaria a far funzionare il computer del programmatore, il lavoro necessario ad estrarre il carbon fossile per alimentare la centrale...

Diversamente da ciò che alcune teorie contemporanee sulla "produzione intellettuale" sostengono, scrivere un software richiede un lavoro che nel suo insieme (partendo dalla materia grezza) è immensamente più complesso, lungo e faticoso di quello necessario a coltivare un campo di grano. Anche se il software fosse pronto dopo soli 60 minuti contro i sei mesi che servono al grano a maturare. Chiusa la digressione, ma ci tornerà utile.

I più acuti avranno già capito che attraverso il baratto si scambiano le quantità di lavoro che sono servite a produrre le merci barattate. E tutti sanno che il valore di una merce aumenta o diminuisce a seconda dell'aumento o della diminuzione della sua domanda in rapporto all'offerta. Il rapporto di scambio tra le merci, comunque si stabilisca, non è altro che il rapporto di scambio tra due "lavori".  

E' attraverso il valore di scambio delle cose che produci che la collettività esprime concretamente il suo grado di apprezzamento per il tuo lavoro.


4) Il denaro:

Il denaro è il mediatore universale degli scambi. E una merce particolare che definisce il valore di tutte le altre merci ed è scambiabile con altre merci o con il lavoro vivente in qualunque momento.

Sì... capisco che il fatto che il denaro sia una merce non ti torna così istintivo... Prova però a pensare a com'è nato... Prova a pensare a ciò che nella storia umana si è usato come denaro. Abbiamo usato monete di diverso genere, certo, ma si sono usati capi di bestiame, pelli animali, grani di sale, tabacco. Quelli della mia generazione ricorderanno i gettoni dei telefoni pubblici...

Tutte merci. Cioè beni che vengono prodotti col lavoro umano. Il denaro è merce anche nel mondo moderno. Gli assegnati della rivoluzione francese rappresentavano appezzamenti di terreno. La Germania tra le due guerre - mi pare di ricordare da vecchie lezioni di storia economica - per uscire dalla crisi mise il proprio prodotto nazionale lordo (cioè l'insieme delle merci prodotte) a copertura delle banconote emesse. In altre parole assegnati francesi e banconote di Weimar rappresentavano, anzi erano, merce.

Lo scrittore Walter Siti un articolo molto bello (credo sia un brano del suo romanzo) sostiene che in un determinato ambiente persino la merce-escort è un "mediatore universale", cioè una escort è denaro... Nel mio piccolo ho mosso qualche critica a questa posizione di Siti (per la escort manca una reale universalità della mediazione), ma mi serve citarla per far capire che qualunque merce può diventare denaro se si innalza al rango di mediatore universale degli scambi. E per essere tale, il denaro deve essere accettato da tutti, cioè "avere corso".

Cominciamo perciò a mettere il primo paletto. Il denaro non è ciò che viene definito tale da uno stato o da un re. Non è come Lando Buzzanca nel film "quando le donne persero la coda" che raccoglie un sasso e dice che il suo sasso è "sghé" mentre quello raccolto dagli altri è solo un sasso...: abbiamo avuto il denaro quando ancora non sapevamo nemmeno cosa fosse, lo stato.

Lo stato non crea il denaro. Nessuno stato. Come nessuno stato crea il petrolio. Lo stato semmai ufficializza e regolamenta l'uso di una merce che nel suo territorio è già considerato mediatore universale. Insomma c'è un carro, ci sono dei buoi, e i buoi andrebbero messi davanti.

Ma c'è anche una seconda funzione del denaro. Dato che il denaro è una merce universale, e dato che ogni merce rappresenta in forma consolidata ("reificata") il lavoro necessario a produrla, allora il denaro nelle mie tasche stabilisce a quanta parte del lavoro svolto dalla collettività io abbia diritto.

Quando mostro 5 euro al verduraio, gli sto dicendo di avere diritto a un valore-lavoro equivalente a quei 5 euro: il valore del lavoro che a suo tempo è stato necessario per produrre due chili di arance e portarle sul suo bancone.

In questa sua seconda funzione il denaro diventa una relazione sociale di tipo comunicativo. Un "protocollo di comunicazione sociale". Anzi, per Mc Luhan il denaro è semplicemente un medium: quando nel seicento in giappone si diffuse l'uso del denaro "ebbe effetti simili a quelli della tipografia in occidente".

Con questo concludiamo la prima parte. Nella prossima definirò salario, profitto, rendita, prestito e interessi. Roba così.

mercoledì 6 marzo 2013

Storia immaginaria di due famiglie

Ovvero una bozza di modello comportamentale.  Abbiamo due famiglie che chiamiamo A e B, composte da genitori e figli (non importa quanti).

La famiglia A ha un'immensa quantità di capitale accumulato da generazioni, ma non sa fare nulla, oppure non vuole fare nulla.

La famiglia B non ha capitale, vive alla giornata, ma è in grado di produrre un bene che per entrambe le famiglie è di vitale importanza. In realtà un pignolo potrebbe sostenere che proprio questa capacità dei B rappresenta del capitale... E' vero, ma tralasciamo per semplicità questa cosa.

Le due famiglie sono in relazione solo tra di loro e con nessun altro. E' ovvio che gli A pagano i B per comprare quantità di prodotto che i B producono. I più attenti avranno notato che - nel lungo termine - la posizione dei B è molto più solida di quella degli A: se i B si tenessero il prodotto potrebbero sopravvivere, mentre il capitale degli A non serve a nulla se i B si rifiutano di consegnargli il prodotto.

Ci sono tre possibilità di relazione tra A e B (e ovviamente le ampie zone grigie intermedie):


1) A costringe B a produrre quantità crescenti di prodotto in modo da riavere indietro - a fine ciclo - i soldi coi quali ha pagato il ciclo produttivo stesso. Ad esempio A paga a B il valore per 100 unità di prodotto ma si fa consegnare 101 unità. In questo modo il capitale di A non finirà mai finché A avrà possibilità di tenere in piedi il sistema coercitivo.

Ovviamente se A è in grado di operare coercizione su B non si limiterà a una sola unità in più: il capitale "sussumerà" l'intero lavoro dei B lascerà solo una quantità di prodotto sufficiente alla  sopravvivenza della forza lavoro.

Chiameremo questo tipo di rapporto "imperialista", o "schiavista". In effetti il lavoro salariato, quando il salario è di mera sussistenza, non è molto diverso da quello schiavista. Se non siete convinti faccio parlare Marlon Brando al posto mio.


2) A non ha la forza di costringere B il quale chiede quantità crescenti di capitale in cambio del prodotto. Inoltre A non ha alcuna intenzione a mettersi a lavorare in proprio. Il rapporto è caratterizzato da una presenza molto radicata odio e di revanscismo tra le due famiglie, e la conflittualità domina anche i rapporti interni. Chiameremo questo tipo di rapporto "emancipazione", o "lotta anti-imperialista".


3) A non ha la forza di costringere B, ma decide di imparare a produrre la quantità necessaria del prodotto in proprio.


Vediamo di analizzare gli effetti etici, psicologici, o diciamo "spirituali" dei tre rapporti.

Nella relazione schiavista gli A sono costretti a giustificare a se stessi il fatto di essere dei mantenuti. Dovranno cioè sublimare e rimuovere la vera natura di rapina di quel rapporto con giustificazioni metafisiche: "gli A sono naturalmente nati per comandare e i B per eseguire", "sul mio testo sacro c'è scritto che i B mi sono stati dati come schiavi per l'eternità", "la nostra cultura è superiore alla loro" (sublimando il fatto che il tempo libero che dedicano alla raffinatezza gli è concesso solo grazie alla schiavitù dei B...).

Più recentemente va di moda l'autoassolutorio "ma il padre dei B picchia i suoi figli!" come se questo giustificasse la rapina perpetrata dagli A a danno dei B.

In certi casi la sublimazione potrebbe essere presente anche nei B ("siamo troppo stupidi rispetto al padrone"). Oppure in alcuni di loro, che a tutti gli effetti si assicurano che i fratelli sgobbino in nome e per conto degli A. Si chiamano "collaborazionisti".

Alcuni A potrebbero essere mossi a pietà ed aiutare i bambini B che si ammalano per le pessime condizioni di vita intrinseche al tipo di rapporto. Si comprano così una coscienza nuova di zecca. Oppure lo fanno in assoluta buona fede, mettendo in discussione radicalmente il rapporto padrone-schiavo, e andando così contro gli interessi della loro stessa famiglia per un sincero senso di giustizia. "Ingrati sognatori utopisti" li chiamano, in famiglia. Sono quasi sempre una minoranza eccentrica.

Una cosa va detta, perché la morale comune è una cosa e l'Etica un'altra: ogni volta che A sublima, lo fa solo per poter convivere con la sua colpa. Ogni volta che B accetta questa logica, lo fa solo per convivere con la viltà di chi ha preferito la schiavitù alla morte. E infine ogni volta che A dice di non voler pagare B quanto dovrebbe perché B picchia i suoi figli, A è un ladro e un farabutto! Il prodotto va pagato, e questo non c'entra nulla coi rapporti familiari interni del fornitore.


Nella fase di emancipazione, B trova l'occasione per esercitare un ferreo controllo sui membri della propria famiglia con la scusa della possibilità di un "contrattacco" da parte di A. In altri termini B sfrutta questa occasione per riprodurre - all'interno - il rapporto di produzione schiavista con la giustificazione della presenza di potenti nemici esterni.

Nella stessa fase, A potrebbe sottolineare costantemente l'oppressione familiare dei B per giustificare il ritorno alla condizione schiavista pre-emancipazione, con la scusa che il pericolo va fermato subito. Preventivamente. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due farabutti, uno dei quali un tiranno e l'altro un ladro in decadenza.

La terza fase potrebbe essere un'occasione per entrambe le famiglie per mettere in piedi un rapporto duraturo. E' intrinsecamente più stabile del rapporto 1 perché non è fondato sul terrore e sulla coercizione, e del rapporto 2 perché non si fonda sull'odio e sulla tirannia interna. Ma le due famiglie si trovano in una condizione psicologica differente:

Gli A stanno subendo un peggioramento delle proprie condizioni di vita. Ciò che prima era gratis ora si deve guadagnare col sudore della fronte. I figli cominciano a notare che il vestito nuovo di mamma si poteva anche non comprare per pagare invece il nuovo iPad... Si litiga.

I B dal canto loro hanno la vita più facile: papà può affrontare le rivendicazioni dei figlioli con una disponibilità maggiore, senza dover ricorrere sempre alle cinghiate. I B sono più sereni.

Quando si è nella terza fase il compito degli A è più difficile, e molto dipende dal loro approccio: se riescono a sublimare la nuova condizione definendosi "uomini che non si fanno mantenere da nessuno", se riescono a farlo con la stessa bravura con la quale sublimavano la loro condizione di padroni di nome e mantenuti di fatto, allora la cosa funzionerà.

Altrimenti si tornerà ad oscillare tra le fasi 1 e 2. Per sempre.

***

Un'occasione? (aggiunta  posteriore)

Un amico suggerisce che la crisi attuale potrebbe essere un'occasione per il paese. In fondo l'Italia non è priva di risorse, forse un po' mal sfruttate, soprattutto nell'agroalimentare. Vero.

Cadremmo nella situazione in cui la famiglia A, nel momento in cui viene messa in difficoltà dall'emancipazione della famiglia B, decide di rimboccarsi le maniche e produrre in proprio. Ora, non è che la famiglia A avesse deciso di starsene negli "otia serena" per chissà quali motivi, lo faceva perché era inondata dai prodotti a basso costo della famiglia B e quindi non aveva bisogno di produrre.

I figli del signor A - a guardarli bene - non sembrano tipi da mettersi dietro a un tornio o a zappare la terra come quelli del signor B. Per carità tutto può essere, ma A' si è messo a fare il pittore, A'' studia scienza della comunicazione, A''' vorrebbe diventare fotomodella e lavorare nello spettacolo. I gemelli fanno uno il giocoliere mangiafuoco e l'altro assorda tutti con la chitarra. Quelli più concreti hanno studiato da medici, avvocati, notai, commercialisti. Nessuno sembra felice all'idea di allattare un maialino standosene immerso nel fango e nel piscio fino alla cintola...

Persino le pulizie di casa - ai tempi delle vacche grasse - le si faceva fare a qualche figlio dei B che se ne scappava dal padre autoritario. Anche perché i figli di A in mezza giornata passavano solo l'aspirapolvere in una stanza e di certo non pulivano il water!

Ma gli A tutto questo se lo potevano permettere perché B li riforniva di prodotti a basso costo. Certo, ora cominciano a intuire che "bisognerebbe farlo", ma poi si guardano a vicenda aspettando che qualcun altro si faccia avanti (in dialetto genovese il "besugneiva" è un vero e proprio stato d'animo...).

Riassumiamo: la famiglia B riforniva 100 unità di prodotto alla famiglia A. Grazie a questo benessere gli A si sono abituati a livelli di consumo elevatissimi. Il problema è che se ora si mettessero a produrre in proprio NON RAGGIUNGERANNO quel livello di consumi.

Intendo dire che il figlio strimpellatore impazzirà all'idea di dover lavorare di pialla. La figlia fotomodella piangerà come un salice quando dovrà passare la giornata ad archiviare pratiche in ufficio. L'umore in famiglia cambierà. Il padre sgriderà più spesso, i figli risponderanno. Non è detto che la famiglia sopravviva. E' auspicabile, ma non è detto.

mercoledì 8 febbraio 2012

Escort e prostitute - un contributo

Un amico ieri ha postato su FB questo articolo di Walter Siti che vi prego di leggere prima di procedere oltre. Questa è una modesta replica.

E' un ottimo articolo, scritto molto bene, che ha l'indubbio merito di avermi fatto riflettere per un'intera giornata. Non succede spesso quando leggo cose che condivido poco o che comunque sento poco mie. Insomma l'argomento escort per me è un po' come quella serie TV, "lifestyles of the rich and the famous", che appunto non ho mai cercato di vedere perché l'argomento non mi interessava.

Ma quando una cosa è scritta bene ti fa riflettere anche quando non ti interessa, perciò grazie a Siti e grazie all'amico che ha condiviso l'articolo.

***



- "Ciò che io sono non è definito da cosa faccio, ma da CHI sono. Io ora prendo questo telefono, compongo 15 numeri e sai chi risponde?"

- "Il Presidente..."

- "Meglio: sua moglie!"

- "Sono impressionato!"

- "Non ti voglio impressionare, voglio farti capire: io fotto con altri uomini, ma io sono Roy Cohn. E diversamente da altri uomini che fottono uomini io porto il mio ragazzo alla Casa Bianca e il Presidente Reagan gli stinge la mano e gli sorride. Questa non è ipocrisia. Questa è la realtà. Perciò Roy Cohn non è un omosessuale, Roy Cohn è un eterosessuale che si fa gli uomini. E qual è la mia diagnosi, Henry?"

- "AIDS".

- "No Henry. Gli omosessuali hanno l'AIDS. Io ho il cancro al fegato".

Dopo aver letto l'articolo di Walter Siti me ne sono andato a dormire. Al risveglio inizia a girarmi per la testa questo dialogo della miniserie "Angels in America" tra Pacino (Roy Cohn) e James Cromwell (il medico che gli ha appena diagnosticato l'AIDS) che a suo tempo mi aveva molto colpito (link alla splendida sequenza, in inglese). Il perché mi era venuto in mente non mi è stato subito chiaro, ma lo è diventato sempre di più lungo la giornata e a fine articolo sarà chiaro anche a chi legge queste righe.

Purtroppo l'articolo di Siti comincia parlando delle scimmie cappuccine. Ora, normalmente, se un articolo cerca di spiegare comportamenti sociali dell'uomo partendo da comportamenti animali, appena me ne accorgo smetto di leggere. E' un riflesso condizionato causato da decenni di esperienza, ma qui sono andato avanti facendomi forza.

Vorrei approfondire l'articolo di Siti partendo da contributi tratti dal suo testo, come si faceva ai tempi d'oro su Usenet.

[nel rapporto con un'escort] il valore d’uso della merce (l’atto sessuale) è largamente superato dal suo valore di scambio, come icona del lusso e status symbol. E dunque si paga il lavoro che è stato necessario per produrre la merce, compreso il trasporto (...). Con la pan-sessualizzazione degli ultimi trent’anni, anche il sesso è diventato un mediatore universale esattamente come il denaro (...) Molti imprenditori, lo sappiamo, pagano i politici direttamente in russe, o lituane; più che una merce, il corpo diventa moneta – e se diventa esso stesso, come il denaro, l’equivalente generale di molti specifici beni, allora non deve avere caratteristiche troppo individuanti; di qui l’omologazione estetica (...) La prostituzione, in questo caso, somiglia a un commercio di valuta.

Dato che qui vengono usate categorie economiche (merce, denaro, lavoro) alcune delle quali usando la stessa terminologia usata da Marx nei Grundrisse e nel Capitale (valore d'uso, valore di scambio) cercherò di rispondere nel merito.

Vero, il valore di scambio della merce "escort" è notevolmente superiore al valore d'uso della merce "atto sessuale". L'errore è che le due merci non sono confrontabili nella quantità di lavoro necessaria per produrle, non in questo modo almeno. Non sono merci succedanee tra di loro sostituibili: chi fa determinate cose con un'escort pagando mille euro non si sognerebbe mai di fare le stesse cose con cento disgraziate fatte di crack pagando 10 euro ciascuna. Sono merci diverse che hanno produttori diversi e clienti diversi: la domanda e l'offerta si incontrano in mercati separati.

Inoltre a rigore non è vero che la merce-escort sia una moneta. Concedo che sia una merce che viene barattata con facilità nel suo mercato, e che in quel mercato potrebbe fungere da mediatore, ma non è denaro: il denaro è un mediatore universale perché è la merce che misura il valore di scambio di tutte le altre merci in tutti i mercati, per quanto tra di loro separati.

Un imprenditore non potrebbe mai pagare un mese del mio lavoro con una escort ucraina affittata per una notte, perché quanto meno non saprei come tirare avanti il resto del mese e quindi non saprei cosa farmene. Nel mio mercato la merce escort non è moneta, e sono un italiano medio che appartiene a un mercato che copre il 70-80% della popolazione di questo paese.

Non si tratta di puntiglio. Queste divergenze nell'interpretazione terminologica discendono dall'architettura stessa del contributo di Siti, come vedremo più avanti.

Molti hanno insistito che le cosiddette escort non sono altro che prostitute (o troie, o mignotte); le parole hanno un peso, in genere quando una parola nuova si afferma è segno che è accaduto qualcosa di nuovo nella realtà. Come i pendolari stipati sui treni locali sembrano ormai incomparabili per natura ai manager che interrogano i loro I-Pad sul Frecciarossa, così le prostitute di strada e i loro clienti hanno l’aria di appartenere a una diversa umanità rispetto al variegato e sfumatissimo panorama delle (e degli) escort, o delle offerte ‘love’ e ‘contact’ che pullulano in Rete. A mondi separati, parole separate. Le riflessioni che seguono si riferiranno soltanto al mondo ricco o comunque benestante, perché la miseria e il bisogno (oltre a pretendere pietà e rispetto) introducono troppo rumore di fondo nella già complicata faccenda del corpo e del desiderio.

"A mondi separati parole separate", come dice anche Roy Cohn in modo molto più diretto.

E' peraltro verissimo: la prostituta è una lavoratrice salariata che è mandata a battere per la strada a calci nei denti. I suoi strumenti di produzione (il suo corpo) le è stato requisito da un pappone che le sequestra  passaporto e incasso e le paga un salario.

Per inciso il grado di alienazione (anche qui inteso nel senso marxiano di privazione del frutto del proprio lavoro) per una prostituta è molto più elevato e penoso che per un operaio, in quanto proviene dalla perdita del possesso di un qualcosa che le sta appiccicato addosso perennemente: il suo corpo. Il corpo di una prostituta è uno strumento di produzione che non appartiene più a lei ma al pappa. Non può fare come l'operaio che va a casa e dimentica il tornio, perché il tornio la segue a casa con tutti gli odori, le sensazioni, i dolori che si porta addosso dopo una giornata di lavoro.

La escort invece è padrona dei propri mezzi di produzione. Nessun pappone le ha requisito il corpo. Ha degli intermediari ma il rapporto con loro ricorda più una relazione tra un artista e il suo agente che non quello tra un salariato e un padrone.

Non soffre alienazione perché riceve il giusto valore di scambio per il frutto della propria attività, che quindi riconosce come totalmente propria (e vi si riconosce lei personalmente, come accade a un artigiano che non entra in conflittualità con se stesso e col proprio prodotto). Questo perché la escort riesce ad incamerare per sé tutto quel plusvalore che la prostituta invece è costretta a lasciare al pappone e al cliente.

E' questa la ragione per cui escort e prostituta sono cose diverse. Non si può ritenerlo implicito. Non si può abbozzare gli elementi e sovolare sulle conclusioni perché "introducono troppo rumore di fondo". E' ambiguo. E' Sospetto. Insomma gatta ci cova. (*)

La libertà a cui le ragazze alludono citando il famoso slogan femminista è quella del libero mercato: libertà di movimento e di azione all’interno di regole rigidamente, impersonalmente fissate e ormai indiscutibili. Le escort gestiscono il loro capitale con la stessa flessibilità con cui la finanza gestisce gli azzardi e le insicurezze, e non si percepiscono come prostitute esattamente come i maghi della finanza non si percepiscono come truffatori pur evitando i controlli e mettendo in circolazione prodotti dal contenuto non limpido

Ottimo. Oh, non si percepiscono tali, ma poi capita che qualcuno dia del ladro al truffatore.

Ma il punto è un altro: perché un'escort non vuole essere chiamata prostituta? Ok è un insulto moralista ma lo è anche per la prostituta tout-court, oppure no?

Si sta dicendo forse che la escort non è prostituta allo stesso modo in cui un dottore commercialista non ama essere chiamato ragioniere, perché è in possesso di maggiori qualifiche? Oppure come quei "don Fefé" conosciuti in irpinia che amavano far crescere l'unghia del mignolo per dimostrare fieramente a tutti che non facevano mai lavori manuali?

Vedete, un giorno un interlocutore rumeno su usenet si sforzò per lunghi post a dimostrare che rumeno non significa Rom. Con me sfondava una porta aperta, sono una persona abbastanza istruita. Poi però qualcuno gli chiese la ragione per cui era così importante per lui non essere identificato come rom, e successe ciò che mi aspettavo: non voleva essere considerato un rom perché li disprezzava esattamente come coloro che disprezzavano lui credendolo rom solo perché nato a Bucarest.

Ora, sì, la escort non ama farsi chiamare prostituta. Ma non perché non condivida il moralismo di fondo della società. Anzi, è proprio perché la condivide che trova offensivo essere chiamata "troia". Il caso emblematico è stata una ministra del governo passato - ex velina ma tutto sommato non il peggior ministro di quel governo - che disse di provare "pena per quelle ragazze che fanno mercimonoio del proprio corpo".

E' qui che appare in tutta la sua chiarezza la funzione di sovrastruttura rappresentata dal termine "troia": è troia la nigeriana va a battere per 10 euro presa a pugni da un pappone. Quella - cioè la "salariata" - è la paria da disprezzare. Non certo la escort libera professionista. Come Roy Cohn non è omosessuale e non ha l'AIDS.

Ma una persona che condivide in pieno quel moralismo di fondo, quella sovrastruttura, e che chiede solo non venga applicato a lei, può questa persona avere diritto a una simile pretesa? E' su questo punto che l'articolo di Walter Siti rimane ambiguo "per non introdurre troppo rumore di fondo". Ed è il più grosso neo di un ottimo articolo.

Saluti.

***

(*) Piccola aggiunta successiva: i mondi dell'escort e della prostituta non possono essere presi in considerazione in modo completamente separato solo perché il mercato delle escort e delle prostitute è differente. L'origine del capitale di un'escort ha la sua importanza.

Si provi a pensare a un'escort che non lo sa ma ha tra i propri clienti un ricco pappone. Il plus-lavoro della prostituta sfruttata e salariata da quel pappone serve anche a mantenere lo stile di vita dell'ignara escort, fatto oggettivo al di là della volontà di entrambe.

Ma ciò vale anche per i proprietari della fabbrica d'auto dalla quale si rifornisce il pappone. I quali magari possono permettersi escort perché a loro volta realizzano plusvalore sul lavoro dei propri salariati in fabbrica. Il rumore di fondo a questo punto diventa così assordante da non poter essere ignorato. A meno di tapparsi le orecchie e fare "aaaa" muovendo la testa.

***